Hotel Palladio

Sicily

a handmade hotel

Corso Umberto 470, Giardini Naxos, 98035, Sicily
Tel: (+39) 0942 52267; Fax: (+39) 0942 551329;
E-mail:
palladio@tao.it 

 

I giardini di Naxos: il parco archeologico e il museo della prima colonia greca in Sicilia

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The Park and archaeologic museum of Naxos
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Il parco archeologico a Giardini Naxos  è uno dei luoghi più affascinanti di questo territorio: qui tra vegetazione e panorami magnifici è possibile seguire i tracciati  della prima colonia greca Siciliana fondata,  nell’VIII secolo a. C., all’estremità sud della baia di Naxos, nella penisola  originata da uno spettacolare fiume di lava  giunto sino al mare in epoca preistorica.  

Su questo  fertile  promontorio (cosi diviene la terra originata dalla trasformazione della lava) approdarono  i  migranti Greci per costruirvi la loro prima città in Sicilia, chiamandola Naxos in onore dell’isola dell’Egeo, patria di alcuni membri della spedizione. Dalla nuova Naxos inizia la storia della Sicilia greca che diverrà, nel V secolo a.C., col dominio di Siracusa, una  potenza autonoma in lotta per l’egemonia sul Mediterraneo. E fu Siracusa (la più grande città europea dell’epoca)  nel 403 avanti Cristo a distruggere radicalmente  Naxos per vendicarsi della sua alleanza con Atene. Il centro urbano si sposterà di poco, a Taormina  sorta sul monte Tauro,  e nella baia rimarrà il porto con il suo arsenale di navi e le fornaci che continueranno a produrre anfore anche in epoca romana.

La colonia di Naxos, con la sua vita di pochi secoli,  non arrivò ad affrontare le trasformazioni  dell’età ellenistica e romana: il sito di Naxos  è dunque un raro esempio di impianto arcaico  su cui  non si è mai più edificato e questo lo rende ancora più prezioso per le ricerche archeologiche sull’urbanistica originaria delle colonie. Ricerche fondamentali, dato che è proprio nelle  colonie greche a nascere, in occidente, il concetto stesso di urbanistica: nelle colonie, per la prima volta, le città non nascono spontaneamente come casuali e successivi agglomerati di edifici ma è necessario pianificare sin dall’inizio la loro disposizione e difesa in un territorio abitato da potenziali nemici.

Oggi il sito archeologico di Naxos (dove   scavi e manutenzione continuano purtroppo a singhiozzo per la cronica mancanza di fondi per la cultura che avvilisce l’Italia), è una grande  area verde,  felicemente strappata, dalla risolutezza di pochi cittadini e archeologi, alla terribile ondata di speculazioni edilizie degli anni settanta del secolo scorso che  tanto ha deturpato parte delle coste italiane e  che alla periferia di Giardini Naxos ha portato allo scempio del quartiere dormitorio di Recanati, scandalosamente costruito su una parte del terreno della colonia.  Nella parte salvata (fortunatamente grande) è stato istituito il museo e il  parco archeologico  di Naxos dove,  circondati da una lussureggiante vegetazione, con l’Etna  sullo sfondo e splendidi scorci della baia e del monte di Taormina, si passeggia nell’antica città, tra le sue larghe vie, le fortificazioni di pietra lavica, frammenti di edifici sacri e abitazioni, di altari e fornaci.

Anche se, per occhi non esperti, è difficile  ricostruire l’immagine  della prima colonia di cui non restano che le fondamenta (per comprendere quanto fosse ricca e colorata la città bisogna visitare il museo, all’interno del sito, in cui sono esposti molti degli elementi architettonici che decoravano gli edifici), il parco di Naxos è  un luogo incantato che dà la l’emozione di essere fuori dal tempo. All’interno del parco  archeologico svanisce alla vista (e all’udito) l’animato paese turistico e si è immersi in una meravigliosa macchia mediterranea mista a piante subtropicali con  palme, alberi di aranci, limoni e mandarini, sculture di cactus, enormi agavi, olivi contorti, noci, nespoli,  macchie di oleandri, e filari di cipressi, e perfino le colture raccontano qui brani di storia siciliana: gli agrumi e i sistemi di irrigazione, rimasti ancora oggi gli stessi, introdotti dagli arabi, grandiosi alberi di gelso che ricordano la produzione della seta in Sicilia.

 

All’interno dell’ parco archeologico di Naxos si trova il museo, un edificio a due piani, costruito accanto ai resti di un fortino del XVII- XVIII,   che, attraverso  preziosi ritrovamenti degli scavi, racconta la storia  dell’espansione greca in Sicilia, un torrione cinquecentesco con reperti di archeologia subacquea e una torre d’avvistamento del quattrocento.

Il parco   è aperto tutti giorni dalle 9 ad un’ora prima del tramonto,  il museo è aperto il lunedì dalle 9 alle 14. Tutti gli altri giorni dalle 9 alle 14 e dalle 15 alle 19.

L’ingresso costa 2 Euro (ingresso gratuito per i cittadini della Comunità Europea di età inferiore ai 18 anni e superiore ai 60 anni).    L’entrata è  accanto  al castello medievale di Schisò (chiamato anche Palazzo Paladino), raggiungibile dall’Hotel Palladio con una passeggiata  a piedi  di 15 minuti sul lungomare.  

 

La terra dei primi coloni:  i greci alla conquista della loro “nuova frontiera”

 

Passeggiando per il parco  archeologico di Naxos è possibile immaginarsi questa terra (nonostante la diversità delle coltivazioni) come doveva essere quasi 3000 anni fa  quando i greci quando la scelsero, attratti dalla straordinaria bellezza e dal facile approdo della baia, sovrastata dal maestoso vulcano dell’Etna 

 

Giuseppe Borgese, grande scrittore Siciliano, (autoesiliatosi negli Stati Uniti per non giurare fedeltà al regime fascista come professore universitario), racconta così la loro venuta: “Ai Greci, abitatori di isole frammentarie e di magre penisole, [la Sicilia]  dovette apparire un continente: nelle ristrette proporzioni del mondo antico preromano, una specie di America ai colonizzatori migranti verso l’ovest. […] E’ facile immaginare una Sicilia antica diversa agli occhi da quella ch’è oggi.

Uguale, nonostante gli spostamenti dei crateri e le diverse culture agricole, era la vista generale dell’Etna, ispiratrice da lontano a Pindaro di alcuni fra i suoi superbi accenti: l’Etna dai fianchi riccamente terrestri e dalla cima divina. […] Uguale la sagoma di tutta la riva sino allo stretto e […] quella grazia e maestà, sotto il verdazzurro del mare e delle stagioni […]. Come i Germani tra i fuochi e i ghiacci della misteriosa Islanda, così i Greci posero in questa terra grandiosa, già incombente con una sua particolare sublimità sulla geografia dell’Odissea,  alcuni fra i temi più patetici e terribili della loro religione, e quella religione, quei miti, divennero siciliani; Polifemo, Aci Galatea, Scilla, Cariddi, Aretusa, i simboli mostruosi e i simboli soavi, composti in un accordo estremamente sentimentale, furono nomi indigeni a questa riva del Ionio. Il bellissimo vulcano, sotto cui giacevano i titani sconfitti, fu una specie di Olimpo infernale, romantico. Il suo senso, la sua suggestione, non son mutati da allora.

(testi sono tratti da scritti della direttrice del parco Maria Costanza Lentini)
 

La storia di Naxos

Una baia riparata dai venti e un promontorio pianeggiante in prossimità di numerosi corsi d'acqua si offrirono ad un gruppo di navigatori greci come luogo ideale per fondare una nuova città.
Nasceva così Naxos, la prima colonia greca della Sicilia

A circa 15 km a nord dell’Etna, il sito dell’antica Naxos sorge ai margini della non ampia pianura che si apre a sud delle alture di Taormina, e dove sfocia il fiume Alcantara, naturale via di penetrazione della colonia. L’antico abitato si estendeva su un territorio pressoché pianeggiante, occupando la stretta penisola di Schisò ed i terreni immediatamente adiacenti, aperto a nord sulla baia, porto della colonia, e limitato a sud dal torrente Santa Venera. A fondarla, nella seconda metà dell’ VIII secolo a.C. (nel 734, secondo Tucidide), furono gli Eubei di Calcide. Città marittima, come la quasi totalità delle città greche dell’Isola, fu fiorente soprattutto in epoca arcaica per lo sviluppo dei traffici commerciali e per la coltura della vite, alla quale ben si adattava la natura collinare del territorio.

Prima colonia greca della Sicilia, come concordemente tramandano gli storici antichi, alla sua fondazione parteciparono anche popolazione cicladiche provenienti dalla grande isola di Naxos. Questa discendenza, a lungo documentata in maniera incerta dalle fonti (lo storico Ellanico di Mitilene) e dal nome - lo stesso per le due città – è stata confermata da un ultimo ritrovamento: un cippo con dedica alla dea Enyò, inscritto nell’alfabeto in uso nell’isola cicladica nel VII secolo a.C. Guidava la spedizione Teocle, che cinque anni dopo ripartiva con parte dei coloni per fondare Leontinoi prima (728 a.C.) e Katane poi (727 a.C.). Naxos fu, dunque, fulcro della spedizione euboica in Sicilia. Tale funzione è sancita dalla presenza dell’altare di Apollo Archegetes, eretto dai coloni al loro arrivo e sul quale, ancora ai tempi di Tucidide, offrivano sacrifici i theoroi, i sacri inviati delle città greche dell’Isola prima di salpare per la Grecia.

Non conosciamo molto della storia di Naxos. La feroce politica anti-calcidese portata avanti nel V secolo a.C. dai Dinomenidi di Siracusa ha lasciato il segno- nel 476 a.C. Ierone di Siracusa distrusse  Naxos; i cittadini vengono trasferiti in massa a Leontinoi. È solo dopo la caduta dei Dinomenidi a Siracusa (466 a.C.) che gli esuli Naxi riescono a ritornare  nella loro città. Questa viene nuovamente distrutta nel 403 a.C. da Dionigi di Siracusa che così la punisce dell'alleanza contratta con gli Ateniesi. In seguito, la città continua a vivere, ma con dimensioni molto ridotte.

Questa per sommi capi la storia di Naxos, attraverso cui si colgono le linee principali della storia dei Greci di Sicilia nel V secolo a.C.: l'ascesa grazie ai Dinomenidi, l'antagonismo tra genti doriche e ioniche

IL PARCO

La storia di Naxos fu breve, conclusa nell’arco di poco più di tre secoli. Alleata di Atene, nel 403 a.C. venne distrutta da Dionigi I di Siracusa, che cedette come ricompensa il territorio della città ai Siculi, suoi alleati, e deportò i cittadini, vendendoli schiavi a Siracusa. Fu un evento drammatico e decisivo, che chiuse la storia di Naxos per aprire quella di Taormina (Tauromenion), fondata all’indomani della distruzione di Naxos.

Questa circostanza, insieme alla mancata sovrapposizione dell’abitato moderno su quello antico ha favorito la ricerca archeologica.

Sin dalle prime battute, l’attività si è concentrata sulle città, indagandone le fasi di vita e la morfologia. Sono state le ricerche di Paola Pelagatti a precisarne l’estensione e a distinguere due impianti urbani: il primo, databile al periodo tra la metà del VII e la fine del VI secolo a.C.; e il secondo, ortogonale, de V secolo a.C. Scavi recenti, ancora in corso nel settore nord della penisola di Schisò, delineano, via via, l’assetto del più antico insediamento coloniale, risalente agli ultimi decenni dell’VIII secolo a. C.   

Un itinerario nell’antica città

Uscendo dal Museo archeologico, si entra direttamente nel sito urbano di Naxos. Le sue fortificazioni attraversano il giardino e corrono parallele al fortino borbonico e al torrione dove si trova il museo. A destra si scorge il complesso del castello di Schisò con palma svettante; più vicini sono i resti dell’abitato bizantino, costruito direttamente al di sopra delle strutture del più antico insediamento arcaico dei secoli VII-VI a. C. Da qui è raggiungibile, attraverso un viottolo ombreggiato da un grande gelso, il versante orientale delle fortificazioni arcaiche della città, che puntano verso il castello con una bella vista sulla baia. Riprendendo il sentiero principale, ora pavimentato, si raggiunge il tempietto C del VII secolo a.C., ricoperto da abitazioni del V secolo; abitazioni che si aprono su una delle strade nord-sud, lo stenopòs 11, percorribile sino all’incrocio con la plateia A, l’asse est-ovest principale dell’impianto del V secolo a.C. Della plateia si segnalano la notevole larghezza (9,50 metri), le canalette laterali ben lastricate e le case che su di essa si affacciano. Abitazioni del tardo VIII secolo a.C. si estendono al di sotto della plateia.  Importante testimonianza del primo stazionamento coloniale. Tornando indietro e percorrendo per 200 metri il sentiero principale, che in questo tratto si snoda sotto un filare di alti cipressi, si giunge alla plateia B, il più meridionale degli assi est-ovest della città classica.  All’imbocco della plateia si trovano due ampie abitazioni a pianta quadrata, con corte centrale scoperta. Notevolmente più stretta della platea A, ma come questa fiancheggiata da canalette lastricate, la platea B è percorribile sino alla porta urbica 3. All’intervallo regolare di 39 metri, essa è interrotta dagli incroci con le arterie nord-sud, tutti contrassegnati da basi d’angolo quadrangolari. Usciti dalla stretta porta, si ammirano le fortificazioni: in tecnica poligonale ciclopica, hanno su questo versante l’aspetto imponente di una muraglia. Rientrando nella città, si accede al santuario sud-occidentale attraverso la porta monumentale: qui sono in luce le fondazioni del grande tempio B (fine VI secolo a. C), sovrapposte ad un più antico edificio sacro, sacello A, della fine del VII secolo.

Sul versante meridionale, in lieve declivio, si osservano sotto una tettoia i resti ben conservati di due fornaci della fine del VII secolo a. C.  Il vicino altare rettangolare, con gradini su uno dei lati lunghi, è databile ai primi decenni del VI secolo). Il propileo meridionale, Porta Marina, non è praticabile, chiuso in antico per problemi difensivi da un filare di blocchi. Il bel muro di recinzione sud del santuario, muro D (primi decenni del VI secolo) è raggiungibile attraverso un moderno passaggio presso il lato orientale del propileo. E’ da segnalare come il muro D sia l’esempio più antico in Occidente di tecnica poligonale a giunti curvi.

Presso l’estremità occidentale del muro si possono notare, addossati, i resti di una torre quadrangolare delle più tarde fortificazioni

Il museo

Tre secoli di vita quotidiana, e non solo

Il museo di Naxos, che trova spazio in un fortino borbonico all’ingresso del parco archeologico, espone i numerosi reperti della colonia greca raccolti in quasi cinquant’anni di scavi; ma documenta anche il sito nel periodo neolitico, nell’età del Bronzo e del Ferro

Il museo archeologico di Naxos è stato inaugurato nel 1979, a coronamento di una lunga e difficile ricerca condotta da Paola Pelagatti. Ora che larga parte dell’antica area dell’antica area della colonia è demaniale ed integralmente visitabile, il museo rappresenta un’efficace presentazione alla visita degli scavi. Costruito sul capo Schisò, sfruttando lo spazio di un fortino borbonico, che ingloba un torrione costruito nel tardo ‘500 a guardia dell’imboccatura del porto, il museo è strettamente legato al sito di Naxos:  un tratto dell’antico muro di cinta attraversa il suo giardino e dal museo prende inizio l’itinerario che si snoda all’interno dell’area urbana.

Le raccolte del museo sono formate in massima parte  da reperti dalla numerose campagne di scavo condotte nel sito da quasi cinquant’anni. Ad essi si aggiunge un piccolo nucleo di materiali acquistati a Taormina da Paolo Orsi o provenienti da ricerche da lui condotte.

E’ il caso dei corredi di tre sepolture di Cocolonazzo di Mola (scavi del 1919), che, risalenti alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., rappresentano efficacemente l’incontro tra coloni e popolazioni locali sicule. Sempre a Paolo Orsi e alla sua attenta sorveglianza dell’allora fiorente mercato antiquario di Taormina si devono gli utensili provenienti da un ripostiglio di Malvagia della tarda età del Bronzo e lo splendido elmo decorato dei primi decenni del IV secolo a.C., rinvenuto a Mojo, entrambi siti della bassa valle dell’Alcantara.

Un’ultima eccezione è costituita da un’acquisizione molto più recente: si tratta dell’arula detta di Heidelberg-Naxos (530 a.C.), con sfingi affrontate, ricomposta da Paola Pelagatti ricongiungendo un frammento conservato presso il Museo dell’università di Heidelberg con un altro frammento da lei stessa acquistato nel 1973 a Giardini. La ricomposizione, avvenuta solo nel 1997, ha arricchito il museo di un esempio notevole di coroplastica prodotta a Naxos sul finire del VI secolo a. C.

Per il resto, l’ esposizione segue il criterio cronologico ed insieme topografico, con particolare attenzione al raggruppamento di alcune classi di materiali, quali soprattutto le lastre di rivestimento architettonico e le antefisse a maschera silenica, che rappresentano una delle prodizioni più significative di Naxos. Con diversi tipi, essa si sviluppa ininterrottamente a partire dagli ultimi decenni del VI sino a tutto il V secolo a. C., offrendo una testimonianza  della diffusione del culto di Dionisio, la cui immagine caratterizza la monetazione di Naxos sin dalle prime emissioni.

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